La pubblicità è l'anima del commercio, riferisce un vecchio adagio. E la comunicazione, ampliando la visuale, è la tappa obbligatoria verso la crescita per l'industria. Soprattutto in un mercato come quello attuale, caratterizzato da alta concorrenza e competitività: da qui nasce infatti la necessità di riuscire a caratterizzarsi e a distinguersi per presentarsi al meglio all'utente finale. Tappa obbligatoria sopratutto in un tessuto produttivo come quello italiano: una polvere produttiva fatta di tante piccole e medie imprese.

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Di fatto in Italia esiste una ritardo culturale. La maggior parte dei imprenditori, spiega un nota dell'Unicom, non sa quale vantaggio competitivo potrebbe conseguire per la propria azienda promuovendo un'adeguata attività di comunicazione. Tende a far propria l'equazione comunicazione/pubblicità - e, in via subordinata, pubblicità/televisione - con la conseguenza, di ritrovarsi a valutare tale attività come eccessivamente onerosa e fuori dalla portata di una media azienda.

Quasi tutti gli intervistati considerano la spesa per comunicazione alla stregua di costi e non di investimenti finalizzati allo sviluppo dell'attività e dell'impresa e, quindi, non avendo consapevolezza del valore della marca e vivendo nella convinzione dell'assoluta centralità del prodotto, non giudicano necessari - ma del tutto opzionali - gli investimenti finalizzati a conseguire notorietà, credibilità, fidelizzazione, successo.

E non solo. Un dato che emerge vistosamente dalla ricerca è la convinzione di molti imprenditori - gran parte di quelli che dicono di comunicare - di essersi comunque affacciati al grande palcoscenico della comunicazione grazie al fatto di aver realizzato un sito. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta tuttavia di siti vetrina, sostanzialmente inutili, realizzati senza alcun progetto strategico, senza alcun coordinamento con eventuali altre attività di comunicazione e senza il supporto di esperti comunicatori.

 

 

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